In una di queste ricerche che ha finanziato l’FMI, si è scoperto il ruolo che hanno le balene nella riduzione della CO2 ambientale. Non si tratta di bruscolini ma di numeri da capogiro e leggendo l’articolo ve ne renderete conto. La natura dispone e predispone risorse non a caso, l’unico neurone pazzo è quello umano, recuperabile se smette di cercare ragioni per estinguersi a mezzo di un’apocalisse nucleare.
Rispetto l’originale l’articolo è stato declinato (dal sotto scritto) secondo una visione che non vede come origine dei cambiamenti climatici solo la CO2 originata dalle attività umane, perché i cambiamenti climatici sono sempre avvenuti in parallelo all’aumento della CO2, in epoche remote in cui a insindacabile giudizio di tutti gli accademico, non potevano esserci civiltà così stupide da basare l’intero sviluppo tecnologico da energia elettrica ottenuta da fossili. Rimane altresì vero che la CO2 contribuisce all’inquinamento ambientale (oltre ad una miriade di sotto prodotti come effetto collaterale) e a quella naturale che si riscontra nei periodo di picco di caldo sulla Terra.
In ogni caso ben vengano quelle iniziative che permettono di ridurre l’impatto ambientale.
Una strategia per proteggere le balene può limitare la CO2 presente in atmosfera.
La ricerca scientifica ora indica più chiaramente come la nostra impronta di carbonio minacci i nostri ecosistemi e il nostro stile di vita. Ma gli sforzi per mitigare l’inquinamento devono affrontare due sfide significative.
- Il primo è trovare modi efficaci per ridurre la quantità di CO2 immessa nell’atmosfera.
- Il secondo è raccogliere fondi sufficienti per mettere in pratica queste tecnologie. Questo sarebbe il ruolo principale della FMI.
Una delle proposte dei promotori del riscaldamento globale causato dalla CO2, è quella di catturare il carbonio direttamente dall’aria e seppellirlo in profondità nella terra, ma sono complesse, non testate, costose e sopra tutto richiedono l’uso di tanta energia.
E se ci fosse una soluzione low-tech a questo problema che non solo è efficace ed economica, ma ha anche un modello di finanziamento di successo?
Un esempio di tale opportunità viene da una strategia sorprendentemente semplice ed essenzialmente “no-tech” per catturare più carbonio dall’atmosfera: aumentare le popolazioni globali di balene. I biologi marini hanno recentemente scoperto che le balene, in particolare le grandi balene, svolgono un ruolo significativo nel catturare il carbonio dall’atmosfera (Roman e altri 2014). E le organizzazioni internazionali hanno implementato programmi come Reducing Emissions from Degradation and Deforestation (REDD) che finanziano la conservazione degli ecosistemi che catturano il carbonio.
Adattare queste iniziative per sostenere gli sforzi internazionali per ripristinare le popolazioni di balene potrebbe portare a una svolta nella lotta contro il cambiamento climatico.
Il potenziale di cattura del carbonio delle balene è davvero sorprendente. Le balene accumulano carbonio nei loro corpi durante le loro lunghe vite. Quando muoiono, affondano sul fondo dell’oceano; ogni grande balena sequestra in media 33 tonnellate di CO2, togliendo quel carbonio dall’atmosfera per secoli. Un albero, nel frattempo, assorbe solo fino a 48 libbre (21,77 kg) di CO2 all’anno.
La protezione delle balene potrebbe aumentare in modo significativo la cattura del carbonio perché l’attuale popolazione delle più grandi balene è solo una piccola parte di quella che era una volta. Purtroppo, dopo decenni di caccia alle balene industrializzata, i biologi stimano che le popolazioni complessive di balene siano ora a meno di un quarto di quelle che erano una volta. Alcune specie, come le balenottere azzurre, sono state ridotte solo al 3% della loro precedente abbondanza. Pertanto, i benefici dei servizi ecosistemici delle balene per noi e per la nostra sopravvivenza sono molto inferiori a quanto potrebbero essere.
Ma questo è solo l’inizio della storia.
La pompa delle balene.
Ovunque si trovino le balene, i più grandi esseri viventi sulla terra, lo sono anche le popolazioni di alcuni dei più piccoli fitoplancton. Queste creature microscopiche non solo contribuiscono per almeno il 50% di tutto l’ossigeno alla nostra atmosfera, ma lo fanno catturando circa 37 miliardi di tonnellate di CO2, circa il 40% di tutta la CO2 prodotta. Per mettere le cose in prospettiva, calcoliamo che questo è equivalente alla quantità di CO2 catturata da 1,70 trilioni di alberi – il valore di quattro foreste amazzoniche – o 70 volte la quantità assorbita ogni anno da tutti gli alberi nei parchi nazionali e statali di Redwood negli Stati Uniti. Più fitoplancton significa più cattura del carbonio.
Negli ultimi anni, gli scienziati hanno scoperto che le balene hanno un effetto moltiplicatore nell’aumentare la produzione di fitoplancton ovunque vadano. Come? Si scopre che i prodotti di scarto delle balene contengono esattamente le sostanze, in particolare ferro e azoto, di cui il fitoplancton ha bisogno per crescere. Le balene portano i minerali sulla superficie dell’oceano attraverso il loro movimento verticale, chiamato “pompa delle balene”, e attraverso la loro migrazione attraverso gli oceani, chiamata “nastro trasportatore delle balene (vedi grafico 1).” I modelli e le stime preliminari indicano che questa attività fertilizzante si aggiunge in modo significativo alla crescita del fitoplancton nelle aree frequentate dalle balene.

Nonostante il fatto che i nutrienti vengano trasportati nell’oceano attraverso tempeste di polvere, sedimenti fluviali e risalita da vento e onde, l’azoto e il fosforo rimangono scarsi e limitano la quantità di fitoplancton che può fiorire nelle parti più calde degli oceani. Nelle regioni più fredde, come nell’Oceano Antartico, il minerale limitante tende ad essere il ferro. Se più di questi minerali mancanti diventassero disponibili in parti dell’oceano dove sono scarsi, potrebbe crescere più fitoplancton, assorbendo potenzialmente molto più carbonio di quanto altrimenti possibile.
Lasciar vivere le balene
È qui che entrano in gioco le balene. Se alle balene fosse permesso di tornare al loro numero di 4-5 milioni prima della caccia alle balene, da poco più di 1,3 milioni di oggi, ciò potrebbe aumentare significativamente la quantità di fitoplancton negli oceani e il carbonio catturato ogni anno. Come minimo, anche un aumento dell’1% della produttività del fitoplancton grazie all’attività delle balene catturerebbe centinaia di milioni di tonnellate di CO2 in più all’anno, equivalenti all’improvvisa comparsa di 2 miliardi di alberi maturi. Immagina l’impatto sulla vita media di una balena, più di 60 anni.
Nonostante la drastica riduzione della caccia commerciale alle balene, le balene affrontano ancora pericoli significativi per la vita, tra cui scontri con le navi, impigliamento nelle reti da pesca, rifiuti di plastica trasportati dall’acqua e inquinamento acustico. Mentre alcune specie di balene si stanno riprendendo, lentamente, molte no. Migliorare la protezione delle balene dai pericoli causati dall’uomo porterebbe benefici a noi stessi, al pianeta e, naturalmente, alle balene stesse. Questo approccio “terrestre” al sequestro del carbonio evita anche il rischio di danni imprevisti derivanti da soluzioni high-tech suggerite e non testate. La natura ha avuto milioni di anni per perfezionare la sua tecnologia di assorbimento del carbonio basata sulle balene. Tutto quello che dobbiamo fare è lasciare vivere le balene.
Passiamo ora al lato economico della soluzione. Proteggere le balene ha un costo. Mitigare le numerose minacce alle balene implica compensare coloro che causano le minacce, un gruppo che include paesi, imprese e individui. Garantire che questo approccio sia pratico implica determinare il valore monetario delle balene.
Bene pubblico internazionale
Le balene producono benefici climatici che sono dispersi in tutto il mondo. E poiché i benefici per le persone derivanti dall’esistenza delle balene non diminuiscono i benefici che gli altri ne ricevono, sono un bene pubblico da manuale (vedi Grafico 2). Ciò significa che le balene sono colpite dalla classica “tragedia dei beni comuni” che affligge i beni pubblici: nessun individuo che ne beneficia è sufficientemente motivato a pagare la giusta quota per sostenerli. Basti pensare all’importanza dell’atmosfera terrestre per la nostra sopravvivenza. Anche se tutte le nazioni riconoscono che tutti hanno interesse a preservare questa risorsa comune per il futuro, il coordinamento globale rimane un problema.

Per risolvere questo problema dei beni pubblici internazionali, dobbiamo prima chiederci: qual è il valore monetario di una balena? Una corretta valutazione è giustificata se vogliamo galvanizzare le imprese e le altre parti interessate a salvare le balene, dimostrando che i benefici della loro protezione superano di gran lunga il costo. Stimiamo il valore medio di una grande balena determinando il valore odierno del carbonio sequestrato da una balena nel corso della sua vita, utilizzando stime scientifiche della quantità di carbonio sequestrato dalle balene, il prezzo di mercato dell’anidride carbonica e la tecnica finanziaria dello sconto. A questo, aggiungiamo anche il valore odierno degli altri contributi economici della balena, come il miglioramento della pesca e l’ecoturismo, nel corso della sua vita. Le nostre stime prudenti stimano il valore medio della grande balena, in base alle sue varie attività, a più di 2 milioni di dollari.

Ma c’è ancora la questione di come ridurre la miriade di pericoli per le balene, come gli scontri con le navi e altri pericoli. Fortunatamente, gli economisti sanno come risolvere questo tipo di problemi. In effetti, un potenziale modello per tali soluzioni è il programma REDD delle Nazioni Unite (ONU). Riconoscendo che la deforestazione rappresenta il 17% delle emissioni di carbonio, REDD fornisce incentivi ai paesi per preservare le loro foreste come mezzo per mantenere la CO2 fuori dall’atmosfera. In modo simile, possiamo creare meccanismi finanziari per promuovere il ripristino delle popolazioni di balene nel mondo. Incentivi sotto forma di sussidi o altri compensi potrebbero aiutare coloro che sostengono costi significativi a causa della protezione delle balene. Ad esempio, le compagnie di navigazione potrebbero essere risarcite per il costo delle rotte di spedizione modificate per ridurre il rischio di collisioni.
Questa soluzione, tuttavia, solleva domande a cui è difficile rispondere. Per cominciare, deve essere istituita e finanziata una struttura finanziaria per la protezione delle balene e di altri beni naturali. Esattamente quanto dovremmo essere disposti a spendere per proteggere le balene? Stimiamo che, se alle balene fosse permesso di tornare ai loro numeri precedenti alla caccia alle balene – catturando 1,7 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno – varrebbe circa 13 dollari a persona all’anno per sovvenzionare gli sforzi di sequestro di CO2 di queste balene. Se accettiamo di pagare questo costo, come dovrebbe essere distribuito tra paesi, individui e aziende? Quanto dovrebbe essere risarcito ogni individuo, azienda e paese che deve sostenere parte del costo della protezione delle balene? E chi si occuperà del risarcimento e del controllo del rispetto delle nuove regole?
Le istituzioni finanziarie internazionali, in collaborazione con altre organizzazioni delle Nazioni Unite e multilaterali, sono ideali per consigliare, monitorare e coordinare le azioni dei paesi nella protezione delle balene. Le balene si trovano comunemente nelle acque intorno a stati a basso reddito e fragili, paesi che potrebbero non essere in grado di far fronte alle necessarie misure di mitigazione. Il sostegno a questi paesi potrebbe provenire, ad esempio, dal Global Environment Facility, che in genere fornisce supporto a tali paesi per rispettare gli accordi ambientali internazionali. Il FMI è anche in una buona posizione per aiutare i governi a integrare il vantaggio macroeconomico che le balene forniscono nella mitigazione del cambiamento climatico, così come il costo delle misure per proteggere le balene, nei loro quadri macro-fiscali. La Banca mondiale ha le competenze per progettare e attuare programmi specifici per compensare gli attori del settore privato per i loro sforzi per proteggere le balene. Altre organizzazioni delle Nazioni Unite e multilaterali possono supervisionare la conformità e raccogliere dati per misurare i progressi di questi sforzi.
Una nuova mentalità
Il coordinamento dell’economia della protezione delle balene deve salire in cima all’agenda climatica della comunità globale. Poiché il ruolo delle balene è insostituibile nella mitigazione e nella costruzione della resilienza ai cambiamenti climatici, la loro sopravvivenza dovrebbe essere integrata negli obiettivi dei 190 Paesi che nel 2015 hanno firmato l’Accordo di Parigi per la lotta al rischio climatico.
Le istituzioni e i governi internazionali, tuttavia, devono anche esercitare la loro influenza per creare una nuova mentalità – un approccio che riconosce e implementa un approccio olistico verso la nostra stessa sopravvivenza, che implica vivere entro i limiti del mondo naturale. Le balene non sono una soluzione umana – queste grandi creature hanno un valore intrinseco e il diritto di vivere – ma questa nuova mentalità riconosce e valorizza il loro posto integrale in un oceano e un pianeta sostenibili. Popolazioni di balene sane implicano una vita marina sana, inclusi pesci, uccelli marini e un sistema generale vibrante che ricicla i nutrienti tra gli oceani e la terraferma, migliorando la vita in entrambi i luoghi. La strategia della “tecnologia terrestre” per sostenere il ritorno delle balene alla loro precedente abbondanza negli oceani gioverebbe in modo significativo non solo alla vita negli oceani ma anche alla vita sulla terraferma, compresa la nostra.
Con le conseguenze del cambiamento climatico qui e ora, non c’è tempo da perdere nell’identificare e implementare nuovi metodi per prevenire o invertire i danni all’ecosistema globale. Ciò è particolarmente vero quando si tratta di migliorare la protezione delle balene in modo che le loro popolazioni possano crescere più rapidamente. A meno che non vengano compiuti nuovi passi, stimiamo che ci vorranno più di 30 anni solo per raddoppiare il numero di balene attuali e diverse generazioni per riportarle ai loro numeri precedenti alla caccia alle balene. La società e la nostra stessa sopravvivenza non possono permettersi di aspettare così a lungo.
Riferimenti:
Lavery, T., B. Roudnew, P. Gill, J. Seymour, L. Seuront, G. Johnson, J. Mitchell e V. Smetacek. 2010. “La defecazione di ferro da parte dei capodogli stimola l’esportazione di carbonio nell’Oceano Antartico”. Atti della Royal Academy 127: 3527–31.
Lutz, S., e A. Martin. 2014. “Carbonio di pesce: esplorazione dei servizi di carbonio dei vertebrati marini”. Rapporto Blue Climate Solutions, The Ocean Foundation, Washington, DC.
Pershing, A., L. Christensen, N. Record, G. Sherwood e P. Stetson. 2010. “L’impatto della caccia alle balene sul ciclo del carbonio oceanico: perché più grande era meglio”. PLoS One 5 (10): 1–9.
Roman, J., J. Estes, L. Morissette, C. Smith, D. Costa, J. McCarthy, JB Nation, S. Nicol, A. Pershing e V. Smetacek. 2014. “Whales as Marine Ecosystem Engineers” Frontiers in Ecology and the nvironment 12 (2): 377–85.
Smith, C., J. Roman e JB Nation. 2019. “Un modello di metapopolazione per gli specialisti della caduta delle balene: le balene più grandi sono essenziali per prevenire l’estinzione delle specie: il mare”. In corso di revisione.
Autori dei contenuti

RALPH CHAMI è vicedirettore dell’Istituto per lo sviluppo delle capacità dell’FMI.
(ps. il capo si prende sempre il merito)

THOMAS COSIMANO è professore emerito presso il Mendoza College of Business dell’Università di Notre Dame.

CONNEL FULLENKAMP è professore di economia e direttore degli studi universitari presso il dipartimento di economia della Duke University.
SENA OZTOSUN è analista di ricerca presso l’Istituto per lo sviluppo delle capacità dell’FMI.
Revisione testo dell’articolo: Luciano Testi
Data pubblicazione della ricerca: Dicembre 2019
Osservazioni finali
Da sottolineare che tutta l’operazione di salvaguardia delle grandi balene presuppone che la CO2 sia a livello del mare, non nella stratosfera dove dicono finisca diventando un gas serra, molto probabilmente alle alte quote ve ne sarà una parte legata alle emissioni dei voli commerciali e dei caccia militari che possono giungere facilmente quote di 20.000 mt che incontrando correnti ascensionali possono arrivare molto in alto, ma buona parte di CO2, che ha un peso specifico molto più alto dell’aria, specialmente se rarefatta alle alte quote, tende a scendere a livello del suolo.
Peso specifico della CO2 a 20°C a livello del mare: 1,842 kg
Peso specifico dell’aria a 20°C a livello del mare: 1,204 kg
La CO₂ è quindi circa 1,53 volte più densa dell’aria nelle stesse condizioni.
E vogliono farci credere che la CO2 presente a 35 km è quella della tua auto, mentre potrebbe essere, in modo più verosimile, ancora quella dell’esplosione del Pinatubo o di altri vulcani successivi o precedenti che sparano gas surriscaldati a quote elevate. Rimane il fatto che in passato abbiamo già avuto incrementi di temperature medie di alcuni gradi centigradi e contemporaneamente o in modo le leggermente sfasato, un aumento della CO2, ma poi questi due parametri hanno avuto un’inversione i cui meccanismi di funzionamento non sono descritti, però noi umani di oggi, invece sappiamo esattamente come si fa, con il green deal e l’anno dopo è tutto a posto. Una scemenza bestiale.
Quindi i miei interventi sull’articolo originale, laddove si paventava che i cambiamenti climatici fossero originati da gas serra come la CO2 di origine antropica, sono motivati dal ragionamento di cui sopra.
C’è pure un laureato in fisica che ha cercato di darmi delle spiegazioni per farmi comprendere come la CO2 possa salire alle alte quote, ma direi che probabilmente ha sfruttato la mia ignoranza e la mancanza di dati e/o calcoli che supportano questa tesi. In realtà di 100 kg di CO2 prodotta a livello del mare non siamo in grado di fare una cronaca della sua storia dopo 1 mese, 1 anno o 10 anni.
Noi abbiamo le prove di quanta CO2 c’era a livello del suolo in base ai carotaggi dei ghiacci in passato, è l’unica correlazione che abbiamo con il clima, e quando in passato la CO2 era così alta, non sappiamo quanto era a 35 Km o 70 Km, ma dato che oggi invece sappiamo misurarla tanto basta per puntare l’indice.
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