Geopolitica danese in Groenlandia
A partire dal 2024, con l’avvio della campagna elettorale statunitense e il riemergere di una retorica esplicita sull’importanza strategica della Groenlandia, la Danimarca si è trovata al centro di una dinamica geopolitica che ha progressivamente superato la dimensione bilaterale. Quella che per anni era stata considerata una questione di equilibrio interno al Regno di Danimarca, fondata su autonomia, cooperazione e gradualità, è diventata uno dei nodi centrali del nuovo confronto sull’Artico, sul ruolo della NATO e sulla ridefinizione dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa.
A dire il vero, la storia ebbe inizio nel 2019, quando Trump fece una proposta formale di acquisizione territoriale della Groenlandia. Ma la Danimarca non è d’accordo, intuisce i suoi punti deboli e attua il suo programma per tutta la presidenza Biden, senza subire pressioni, fino a quando Trump ritorna ad essere di nuovo in corsa per guidare gli USA. È nel 2024 che il tono politico e mediatico statunitense segna un salto di qualità. Per Copenaghen, questo mutamento implica la necessità di passare da una gestione “silenziosa” del dossier groenlandese a una strategia esplicitamente difensiva sul piano politico, diplomatico e militare.
La risposta danese si articola innanzitutto sul piano della sovranità. A partire dal 2024, il governo guidato da Mette Frederiksen ribadisce con continuità un principio non negoziabile: la Groenlandia non è un oggetto di trattativa internazionale, ma un territorio il cui futuro spetta ai groenlandesi stessi, all’interno del quadro costituzionale del Regno di Danimarca. Questo messaggio viene ripetuto sistematicamente in ogni sede, dalle dichiarazioni ufficiali ai vertici multilaterali, fino agli incontri informali con partner NATO e UE. La scelta non è solo simbolica, ma strategica: Copenaghen intende evitare che la Groenlandia venga percepita come una “terra di nessuno” che le superpotenze si possono contendere.
La Danimarca rafforza il coordinamento politico con il governo groenlandese. Dal 2024 in avanti, Nuuk viene coinvolta sistematicamente nelle iniziative diplomatiche e nei messaggi politici, in modo da presentare una posizione unitaria verso l’esterno. Questo coordinamento serve a due scopi: da un lato, rafforzare la legittimità della posizione danese; dall’altro, ridurre il rischio che attori esterni possano sfruttare le aspirazioni indipendentiste groenlandesi per indebolire il controllo del Regno di Danimarca.
Il 2025 segna un’ulteriore escalation. Le elezioni parlamentari groenlandesi portano a un rafforzamento delle forze favorevoli a una maggiore autonomia e, in prospettiva, all’indipendenza. Il tema entra stabilmente nel dibattito pubblico internazionale. La Danimarca adotta una linea di equilibrio: riconosce apertamente il diritto all’autodeterminazione, ma insiste sul fatto che qualsiasi percorso verso l’indipendenza debba essere graduale, sostenibile economicamente e privo di interferenze esterne. In altre parole, l’indipendenza non può trasformarsi in una scorciatoia per una penetrazione geopolitica straniera nell’Artico.
In questo contesto maturano anche le tensioni con gli Stati Uniti. Nel corso del 2025, Copenaghen reagisce a segnali percepiti come interferenze politiche e diplomatiche in Groenlandia, arrivando a convocare rappresentanti statunitensi per chiarimenti formali. Pur evitando uno scontro aperto, la Danimarca invia un segnale chiaro: la cooperazione militare con Washington non implica una disponibilità a rimettere in discussione la sovranità territoriale. È una linea sottile, ma deliberata, che mira a preservare l’alleanza senza accettare una subordinazione strategica.
Sul piano militare, la questione groenlandese accelera un processo già in corso: la riscoperta dell’Artico come teatro operativo primario. Tra il 2024 e il 2026, la Danimarca intensifica significativamente la propria presenza militare nell’area artica. Vengono potenziate le esercitazioni, aumentati i pattugliamenti navali e aerei, rafforzata la protezione delle infrastrutture critiche e migliorata la capacità di sorveglianza del territorio. Queste iniziative non hanno solo una funzione difensiva, ma anche simbolica: dimostrare che la Groenlandia non è uno spazio vuoto, ma sotto controllo.
Nel 2026, questo approccio evolve ulteriormente con l’apertura esplicita a una maggiore presenza NATO in Groenlandia, proposta congiuntamente da Danimarca e governo groenlandese. Si tratta di un passaggio politicamente delicato. Da un lato, la NATO rappresenta una garanzia di sicurezza contro pressioni esterne, in particolare nel contesto della crescente competizione artica che coinvolge Russia e Cina. Dall’altro, una presenza alleata più strutturata serve a “internazionalizzare” la sicurezza dell’isola, sottraendola a logiche bilaterali potenzialmente asimmetriche con gli Stati Uniti.
L’Artico, infatti, è il vero sfondo strategico di questa vicenda. Il progressivo scioglimento dei ghiacci sta trasformando la regione in un corridoio economico e militare di primaria importanza. Rotte marittime più brevi, accesso a risorse energetiche e minerarie, nuove possibilità di proiezione militare: tutto concorre a rendere l’Artico uno dei principali teatri di competizione globale del XXI secolo. In questo scenario, la Groenlandia assume un valore sproporzionato rispetto alla sua popolazione o alla sua economia attuale. È una piattaforma geografica che consente di controllare il Nord Atlantico e l’accesso all’Artico centrale.
La Danimarca sembra aver interiorizzato questa realtà. Tra il 2024 e il 2026, aumenta in modo significativo gli investimenti nella difesa artica, sia in termini di mezzi navali e aerei sia di sistemi di sorveglianza avanzata, come radar e droni a lungo raggio. Questi investimenti si inseriscono in una strategia di lungo periodo che mira a rafforzare la credibilità del Regno di Danimarca come attore artico a pieno titolo, non solo come amministratore formale di un territorio distante.
Un altro elemento chiave è il progressivo coinvolgimento dell’Unione Europea che scopre improvvisamente d’avere carte da giocarsi. Tra il 2025 e il 2026, Bruxelles lavora a pacchetti di supporto per la sicurezza artica, includendo investimenti in capacità logistiche e infrastrutturali. Per la Danimarca, questo sostegno rappresenta un moltiplicatore di peso politico, che riduce l’asimmetria nei confronti degli Stati Uniti.
La Danimarca non si limita a reagire alle pressioni esterne, ma cerca di ridefinire attivamente il quadro entro cui la Groenlandia viene percepita e trattata a livello internazionale.
Tra il 2024 e il 2026, Copenaghen ha dunque perseguito tre obiettivi principali. Primo, riaffermare senza ambiguità la sovranità e il ruolo centrale dei groenlandesi nelle decisioni sul futuro dell’isola. Secondo, rafforzare la dimensione di sicurezza, inserendo la Groenlandia in un contesto NATO ed europeo più ampio. Terzo, posizionarsi come attore credibile nel nuovo equilibrio artico, consapevole che il controllo del Nord non è più una questione marginale, ma una componente essenziale della geopolitica globale.
Ma la Groenlandia è diventata anche uno dei laboratori in cui si sperimentano le nuove regole della competizione strategica nell’Artico, e la Danimarca, pur con risorse limitate, ha scelto di affrontare questa sfida a testa alta.
Geopolitica artica della Danimarca
Un capitolo meno visibile, ma forse il più rivelatore della maturazione strategica danese, riguarda il dominio marittimo artico. È qui che, lontano dai riflettori mediatici, Copenaghen ha iniziato a tradurre la consapevolezza geopolitica in capacità concrete. La Groenlandia, prima ancora che territorio terrestre, è infatti un’immensa piattaforma marittima: chi controlla le sue acque controlla accessi e rotte dell’Artico Nord-Atlantico.
Fino ai primi anni Venti, la presenza navale danese nell’Artico era figlia di un’epoca diversa. Le unità impiegate erano pensate per compiti di sovranità “amministrativa”: ricerca e soccorso, supporto alle comunità locali, monitoraggio sporadico. Ma tra il 2023 e il 2024, con l’aumento del traffico marittimo, l’attenzione crescente di attori extra-regionali e il mutamento del contesto strategico globale, questa impostazione ha iniziato a mostrare i suoi limiti. Il rischio non era tanto militare immediato, quanto politico: lasciare ampi spazi di mare senza una presenza statale credibile equivaleva ad accettare implicitamente che altri ne definissero le regole.
È in questo contesto che, dal 2024, la Danimarca avvia una revisione silenziosa ma profonda della propria postura navale artica. Non annunci clamorosi, ma decisioni inserite nei quadri di pianificazione pluriennale della difesa, con un obiettivo chiaro: garantire una presenza persistente, continuativa e visibile nelle acque groenlandesi. La scelta di sviluppare nuove unità navali artiche multiruolo, progettate specificamente per operare in condizioni estreme, nasce da questa esigenza. Non navi da combattimento ad alta intensità, ma piattaforme capaci di restare in mare a lungo, integrare sensori avanzati, operare con droni e supportare operazioni multinazionali.
Tra il 2024 e il 2026, mentre il dibattito pubblico si concentra su sovranità e rapporti con Washington, nei ministeri danesi della Difesa e degli Esteri matura una convinzione condivisa: senza una marina artica moderna, qualsiasi affermazione politica sulla Groenlandia non ha senso. Da qui l’investimento parallelo in sistemi di sorveglianza marittima, sensori costieri e capacità di comando e controllo interoperabili con la NATO.
Questo lavoro “dietro le quinte” assume una dimensione esplicitamente geopolitica nel 2025, quando la Danimarca inizia a presentare le proprie capacità navali artiche come parte integrante dell’architettura di sicurezza dell’Alleanza Atlantica. Le acque groenlandesi non vengono più descritte come periferia del Regno, ma come spazio operativo essenziale per il Nord Atlantico e per la stabilità dell’Artico nel suo complesso. È una narrativa che prepara il terreno alla proposta, nel 2026, di una presenza NATO più strutturata sull’isola, resa possibile proprio dall’esistenza di mezzi navali danesi in grado di fungere da piattaforma e da garante locale.
In definitiva, la modernizzazione navale artica non è un capitolo tecnico separato, ma uno degli strumenti con cui la Danimarca ha dimostrato di aver compreso fino in fondo la geopolitica dei territori che amministra. Controllare il mare, in questo contesto, significa evitare che la Groenlandia diventi oggetto delle attenzioni di paesi terzi. Significa ancorarla, giorno dopo giorno, a un ordine multilaterale in cui Copenaghen, pur con risorse limitate, resta un attore consapevole e presente.
A fianco un link di senzatempo.org dove con una certa facilità, il generale Andersen smonta tutta la querelle creata da Trump sulla sicurezza artica, banalizzandolo con la frase: “Mai visto navi russe o cinesi“.
In realtà il generale dovrebbe dire che ha, eventualmente, visto solo navi degli Stati Uniti, come se fossero gli yankee il vero problema di sicurezza. Ma Trump di recente ha detto che non intende prendersi la Groenlandia con la forza. Trump è così egocentrico che probabilmente si aspetta pure d’essere ringraziato.
A dimostrazione che l’agenda artica coinvolge anche altri attori europei, proponiamo un paio di link, il primo è un’iniziativa artistica italiana a tema, casualmente, Artico.
Su questo tema trovate ben due link che riguardano l’Italia, ragion per cui qualcuno avrà sentito la Meloni rispondere ad un giornalista affermando che dovremmo iniziare a pensare anche all’Artico. Un link riguarda una presenza artistica italiana a un evento organizzato dai danesi e l’altro link ad un’ordine danese alle nostre industrie della difesa..
I danesi ci hanno coinvolto anche nella produzione di navi da pattugliamento con capacità rompighiaccio.
Infine vediamo come il “mantra dei dazi” di Trump sia scattato immediatamente ma prontamente rientrato (per merito della Meloni?) visto che i danesi stanno perfezionando un ordine di 16 F-35.

Di seguito invece trovate alcuni approfondimenti sull’impegno danese per rinforzare la propria posizione geopolitica nell’Artico.
È significativo che nel Consiglio Artico l’unico attore oggi assente de facto sia la Russia, pur essendo il Paese con la maggiore estensione territoriale e marittima nell’Artico. La Russia dispone di 40 rompighiaccio e le sue navi commerciali seguono già la rotta Nord-est dell’Artico per arrivare nei porti cinesi risparmiando tempo, sottraendosi alle fastidiose manovre occidentali tese ad applicare le sanzioni energetiche sulle “navi ombra” russe nonostante navighino in acque internazionali.
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