Nel 2025 22 soldati dell’IDF si sono tolti la vita.

Soldati-IDF-suicidi
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Tantissimi altri sono sotto cure mediche.

Perché i fantasmi delle loro vittime sono entrati nelle loro teste.

Soldati che hanno partecipato al genocidio di Gaza oggi non riescono più a vivere.

Le voci che sentono non sono metafore. Non sono “stress”. Non sono suggestioni.

Sono tracce mentali di atti compiuti, di ordini eseguiti, di violenza inflitta a bambini, a madri, a famiglie, a case.

Il suicidio non li assolve. Non li rende vittime. Non li redime. È il punto in cui la coscienza collassa sotto il peso delle proprie azioni.

Quando arriva il silenzio sentono la voce. Non lo sparo sentono la voce.

Una voce sottile, insistente, che chiede di fermarsi. Una voce innocente che non capisce nulla di geopolitica.

Una voce che chiede pietà e che sa che morirà.

Ma quella voce non muore. Si incide.

Resta incastrata nei circuiti del cervello, come un suono che il sistema non riesce più a cancellare.

Torna di notte. Torna sotto la doccia. Torna quando tutto è tranquillo e non c’è più rumore a coprirla.

È il fantasma di ciò che hanno sentito e hanno scelto di ignorare.

Negli specchi questi soldati non vedono più se stessi. Vedono i volti delle madri che hanno ammazzato.

Madri che allargavano le braccia. Non per attaccare. Per fare muro. Per guadagnare un secondo. Per provare a fermare l’inevitabile con il corpo.

È un gesto che il cervello registra per sempre. Una postura che si stampa nella memoria.

Il fantasma torna così: quando sono allo specchio e si lavano i denti, i fantasmi tornano sempre, la loro immagine non si riflette più, compare solo quella delle madri massacrate.

Le braccia aperte sono sempre lì. Davanti. Tra loro e lo specchio.

E poi c’è l’odore. Non il fumo. Non la polvere.

L’odore delle case bruciate quando erano ancora case. Quando dentro c’erano vite, abitudini, cene a metà, letti disfatti.

Un odore grasso, stanco, che si appiccica. Che entra nei pori. Che resta nella pelle.

Si lavano. Cambiano vestiti. Cambiano città. Ma l’odore non va via.

Hanno quell’odore impregnato addosso come una seconda pelle, come una firma invisibile che nessuno vede ma che loro sentono sempre.

È il fantasma della distruzione che continua a respirare con loro.

Diventa insopportabile.

Non li assolve. Non li salva.

Aggiunge solo un’ultima, oscena verità:

chi pratica la distruzione totale non ne esce mai pulito.

Il suicidio arriva quando i fantasmi parlano tutti insieme. Quando non c’è più una voce sola da zittire.

Quando non c’è più una stanza in cui rifugiarsi.

Arriva quando capiscono — finalmente, tardi, inutilmente — che non sono stati soldati, ma criminali.

Quando capiscono che non esiste addestramento che trasformi l’uccisione di un bambino in un atto neutro.

Quando capiscono che non c’è uniforme, non c’è bandiera, non c’è ordine che permetta di continuare a vivere dopo aver attraversato quel punto.

Il suicidio arriva quando cade l’ultima menzogna: quella che dice “si può tornare indietro”.

Quando scoprono che ciò che hanno fatto non li seguirà per un po’, ma per sempre.

Non è eroismo. Non è redenzione. Non è espiazione. È presa d’atto tardiva.

È il momento in cui capiscono che con certi atti non si convive.

E il silenzio, finalmente, diventa impossibile.

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Categories: Israele

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