GROENLANDIA: LA SPIRALE DEL SILENZIO DELLE DONNE INUIT
NUUK – Era il 1966 quando Inger Platou, allora una ragazza groenlandese di 20 anni, finì nell’ospedale gestito da medici danesi per un’infezione. Le dissero che doveva sedersi, che era una procedura semplice, che era “per il suo bene”.
Nessuno le spiegò davvero cosa stesse per accadere. Nessuno le chiese se fosse d’accordo. Le fecero allargare le gambe, senza sapere che avrebbe varcato una linea invisibile, ma indelebile, conficcata dentro la sua carne.
Le infilarono una spirale, un IUD, nel suo corpo senza che lei sapesse esattamente perché, cosa fosse, come andasse gestita — e soprattutto, senza il suo consenso consapevole.
Oggi, a 70 anni, Inger ci racconta la sua storia con una voce che alterna fragilità, rabbia e una lucidità che scuote: “È come se una parte di me fosse stata congelata nel tempo. Sono, siamo state trattate come animali”.

“Siamo”, perché la sua voce non è un’eccezione. È il filo rosso che collega migliaia di altre donne inuit — bambine e ragazze — che tra gli anni Sessanta e Settanta (ma anche dopo) furono incluse in quello che oggi è chiamato il Spiral case, la “campagna della spirale”: un programma di controllo della fertilità orchestrato da medici e funzionari sanitari danesi, rivolto quasi esclusivamente alle donne groenlandesi, spesso minorenni, senza che i loro corpi venissero spiegati, compresi o rispettati.
“Non capivo cosa fosse. Sapevo solo che faceva male. E che da quel momento qualcosa dentro di me non era più mio”.
Quella di Inger è una storia personale, ma non è solo sua. E’ una storia collettiva, sistemica, coloniale.
Un’ombra lunga decenni: la campagna della spirale
Tra il 1960 e il 1975, migliaia di donne Inuit in Groenlandia furono sottoposte all’inserimento di dispositivi intrauterini — IUD — senza il loro consenso, né quello dei genitori, spesso senza che venissero informate sul loro significato o funzione. Molte ragazze avevano solo 12 anni.
Le prendevano a scuola le sottoponevano ad una visita e poi inserivano loro spirali per donne adulte che avevano partorito, creando conseguenze che decenni dopo queste donne si portano ancora addosso.
Non fu una serie di incidenti. Fu un programma sanitario strutturato, ideato e gestito dalle autorità danesi in un contesto coloniale in cui la popolazione groenlandese veniva considerata un problema da gestire: troppi figli, troppe bocche da sfamare, troppa autonomia femminile vista come rischio.
Negli anni Sessanta la Groenlandia non era ancora il luogo che oggi il mondo guarda con avidità geopolitica. Era, per Copenhagen, un territorio lontano, costoso, difficile da amministrare. La popolazione cresceva rapidamente, le condizioni abitative erano precarie, la mortalità infantile alta.
Nelle relazioni ufficiali danesi, il tema era sempre lo stesso: troppe nascite, troppo in fretta. Tra gli anni quaranta e sessanta, la popolazione della Groenlandia era raddoppiata.
La risposta non fu investire sull’autodeterminazione, sull’educazione, sull’ascolto. La risposta fu controllare.
Così nacque una campagna di inserimento massiccio di dispositivi intrauterini tra le donne groenlandesi, a partire dal 1966. Formalmente una politica sanitaria. Nella pratica, una misura applicata quasi esclusivamente alle donne inuit.

Nel giro di pochi anni, la metà delle donne in età fertile in Groenlandia aveva ricevuto una spirale — spesso senza firmare alcun consenso informato. 4500 ragazzine.
Le spirali venivano inserite durante visite di routine, controlli scolastici, consulti ginecologici. A volte le ragazze non sapevano nemmeno di averle. In alcuni casi avevano 12 o 13 anni. In altri, come Inger, erano giovani donne che si fidavano del medico, dell’istituzione, della parola “per il tuo bene”.
“Ci dissero che era moderno, che era progresso”, ha raccontato una delle vittime. “Ma il progresso non ti entra nel corpo senza chiederti il permesso”.
Secondo gli studi, oggi ci sarebbero 150 mila persone in Groenlandia invece di 60 mila, se non fosse stato praticato, quello che l’ex premier ex premier Múte Bourup Egedegroenlandese, ha definito solo l’anno scorso “un genocidio”, non tanto nel senso strettamente giuridico, quanto come descrizione della sistematicità con cui si è cercato di controllare una popolazione attraverso i suoi corpi riproduttivi.
Ridurre l’esistenza in numeri
“Non fu solo una politica sanitaria: fu un tentativo di ridurre la nostra esistenza a numeri, senza rispetto per la nostra volontà”, ha detto Egede in un’intervista alla stampa groenlandese, riflettendo sul significato profondo di questa violenza.
Nel giro di pochi anni, una percentuale enorme di donne in età fertile si ritrovò con una spirale inserita. Alcune avevano poco più di dieci anni. Alcune non avevano ancora avuto le mestruazioni. Molte non avevano mai avuto rapporti sessuali.
“Ero una bambina. Non mi dissero nulla. Tornai a casa con dolore e sangue. Pensavo di aver fatto qualcosa di sbagliato”, ha raccontato una delle sopravvissute intervistate dalla BBC.
Una delle voci più influenti è stata quella di Naja Lyberth, psicologa e attivista groenlandese, che a 13 anni — durante una visita scolastica — fu portata in ospedale e lì dotata di spirale senza esserne consapevole.
“Ero solo una bambina. Mi dissero che era per farmi bene, ma nessuno mi disse cosa stavano per fare”, ha raccontato Lyberth, ricordando il dolore e la confusione.
Oggi donne come Lyberth lavorano con le comunità per trasformare l’esperienza in memoria condivisa, rompendo anni di silenzio e stigma.
La nostra Inger, invece, non era una bambina, aveva già vent’anni, ma questo non l’ha resa più libera, ma solo inerme come tutte le altre.
Questo progetto sanitario, progettato e attuato in una relazione coloniale di potere, non fu neutrale. Fu reso possibile da leggi ambigue, pressioni sociali e da un quadro giuridico che non riconosceva realmente la volontà delle donne inuit.
Fino al 1970 era infatti illegale somministrare contraccezione alle ragazze senza consenso dei genitori e, anche oltre quella data, era vietato inserire spirali a ragazze di certo tenore biologico e sociale senza consenso esplicito.
Le testimonianze — tra cui quelle raccolte da Lyberth — raccontano di ragazze che, dopo l’inserimento, camminarono a casa piangendo, con dolori violenti, sanguinamenti intensi e sentimenti di vergogna e impotenza. Per molte, questi traumi si protrassero per decenni, in silenzio.

Photographs of Geraldine Moodie – Canada
Nella sua casa di Nuuk, Inger accarezza il suo cagnolino Missy e ci racconta che scoprì che le avevano inserito la spirale quando rimase incinta di una gravidanze extrauterina quattro anni dopo. “Ho rischiato di morire, mi hanno dovuto togliere le ovaie, ho scoperto che non avrei potuto mai più avere figli”.
Non la prima, sicuramente non l’ultima, le donne inuit hanno dovuto convivere con il dolore e la sterilità. Ma la natalità, come volevano i danesi, negli anni 80 era precipitata al livello della Danimarca.
“Quando mi sono sposata, abbiamo adottato due bambini dalla Colombia e sono una madre felice”, ci spiega Inger, ma nella voce c’è un retrogusto di rimpianto per non essere nata così e per non aver potuto scegliere.
Le storie emergono
È solo negli ultimi anni che questa storia ha cominciato a venire a galla. Non per iniziativa delle istituzioni, ma grazie alle donne. Interviste, documentari, inchieste giornalistiche, testimonianze pubbliche hanno ricostruito un mosaico che era sempre stato lì, ma che nessuno aveva voluto guardare.
Nel 2021 una di loro raccontò la sua storia sui social, e aprì il vaso di pandora, perché tutte avevano sofferto da sole, senza sapere quante di loro fossero coinvolte. Il suo racconto apre una crepa. Altre donne riconoscono la propria storia nelle sue parole.
E le vittime cominciarono a parlare pubblicamente delle loro esperienze, sui social o nelle trasmissioni radio e TV, rompendo un silenzio che aveva avvolto corpi e anime per mezzo secolo, ma fecero in tempo perché molte, anche se anziane sono ancora vive.
Nel 2022 un’indagine ufficiale congiunta tra Danimarca e Groenlandia ha formalmente avviato il processo di documentazione del caso, raccogliendo interviste, cartelle cliniche e testimonianze. Tra qualche giorno dovrebbe uscire un’inchiesta indipendente durata due anni.
“Non chiediamo vendetta”, ha detto una delle attiviste coinvolte. “Chiediamo che venga detto ad alta voce che non è stato giusto”.
Lunga marcia verso la verità, le scuse, il risarcimento
La verità non venne a galla per decenni, non perché non facesse male, ma perché mancavano le parole, e soprattutto mancava lo spazio per pronunciarle.
La Groenlandia di quegli anni era una società in trasformazione, ancora profondamente segnata dal rapporto coloniale con la Danimarca. I medici erano danesi. Le decisioni venivano prese altrove. Le donne inuit raramente mettevano in discussione l’autorità sanitaria. E soprattutto, non avevano le parole per dare un nome a quello che era successo loro. Per questo nessuno ne ha parlato prima.
“Credevo che fosse successo solo a me», ci dice Inger, “Solo quando ho sentito le altre ho capito che non ero matta”.
“Ci hanno congelate nei nostri corpi per decenni”, ha detto una delle donne che ha rotto il silenzio negli ultimi anni. “Non parlavamo perché nessuno ci aveva mai detto che avevamo il diritto di farlo”.
Il silenzio è stato parte integrante della violenza. Un silenzio alimentato dal rapporto di potere tra Danimarca e Groenlandia, tra medicina occidentale e popolazione indigena, tra Stato e corpo femminile. Inger racconta che per anni ha pensato che il problema fosse lei. Che quel dolore fosse normale.
Nel 2025 la Danimarca ha formalmente chiesto scusa alle donne groenlandesi per la campagna di contraccezione forzata. La prima ministra danese Mette Frederiksen ha riconosciuto in una dichiarazione ufficiale che la politica ha causato “sistematica discriminazione” e danni fisici e psicologici profondi.
“Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo prenderci la responsabilità di quello che è stato fatto”, ha detto Frederiksen. Accanto a lei, il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha definito la vicenda un “capitolo doloroso” nella storia condivisa, sottolineando che l’apologia fa parte di un processo più ampio di riconciliazione.
La lunga strada della memoria
Oltre alle scuse, ci sono state cause legali: nel 2024 un gruppo di 143 donne ha citato in giudizio lo Stato danese per violazione dei diritti umani, chiedendo risarcimenti e riconoscimento concreto del danno subito.
Ad oggi, è stato deciso che a partire da aprile 2026 un fondo di riconciliazione erogherà compensazioni individuali alle vittime riconosciute, con cifre indicative di circa 300.000 corone danesi (circa 40–46mila euro) a persona.
Ma i soldi non risarciscono il tempo. Non risarciscono il diritto di scegliere. Non risarciscono una maternità mai avuta o una fiducia spezzata.
Il corpo come archivio politico
Il corpo di Inger è una prova storica. Come quello di migliaia di donne inuit. Nel raccontare la sua vita, Inger torna ai giorni in cui non capiva cosa fosse accaduto: “Non ce l’ho con la Danimarca, è lì che ho studiato, che ho amici e familiari, ma non dimentico quello che mi hanno fatto, la tristezza, la rabbia. Avrebbero dovuto proteggere il futuro di noi bambine”.
Ma quel dispositivo non era protezione: era un messaggio di potere esercitato su di lei, sulla sua identità, sul diritto di decidere del suo corpo.
Quella maledetta spirale, per lei e per tutte le altre, non è solo un oggetto medico: è simbolo di una violenza silenziosa, una ferita incisa nella carne della collettività inuit. È il simbolo di una logica che ha attraversato il Novecento: l’idea che alcune vite potessero essere gestite, che alcune nascite fossero meno desiderabili, che il consenso fosse un dettaglio.
Negli occhi di Inger vedo un mare di storie non dette: ragazze che non poterono usare più il proprio corpo come volevano, donne che portarono con sé quel dolore nei matrimoni, nelle gravidanze poi infrante, nei cicli mestruali che non furono mai gli stessi.
La storia dello Spiral case non è una pagina marginale di medicina arcaica — è una ferita viva, un monito contro tutte le politiche che hanno deciso di gestire la vita delle persone come se fosse un dato statistico o un esperimento sociale.
Questa è forse l’eredità del Spiral case: non un numero statistico, non un titolo ufficiale, ma decine di migliaia di esistenze segnate, di relazioni interrotte, di dignità violentata.
È il simbolo di una linea superata. È la prova che anche nei paesi che si raccontano come civili, progressisti, avanzati, i diritti delle donne indigene possono essere sacrificati in silenzio. Che le donne da qualsiasi parte del mondo, che faccia caldo o freddo, sono corpi sacrificabili.
Nelle storie di Inger, di Naja e di tante altre, c’è qualcosa potente: la testimonianza restituita, la memoria ritrovata, e la promessa che quel silenzio non potrà più essere imposto. Ma soprattutto, queste donne, che incontro nelle strade innevate in una città con le casette colorate, sono state capaci di riscrivere la Storia.
Quando si chiede vogliono davvero, oltre alle scuse e ai risarcimenti, rispondono senza tentennamenti: “Vogliamo che le nostre figlie e nipoti sappiano cosa è successo. Che la storia non si ripeta”.
È una richiesta semplice, eppure importante: richiede verità, memoria e responsabilità. Qui, nel cuore ghiacciato della Groenlandia, le voci delle donne non si congelano più. Finalmente, si muovono e nessuno potrà fermarle.
Fonte: https://www.radiobullets.com/rubriche/groenlandia-la-spirale-del-silenzio-delle-donne-inuit/
Data: 18 Gennaio 2026
Grazie ai colpi di testa folli del presidente Trump, i media e blogger hanno aumentato l’attenzione sulla Groenlandia facendo emergere le vergognose manipolazioni danesi sulla popolazione autoctona di etnia Inuit negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Alcuni articoli sono di pochi giorni fa ma altri di uno, due o tre anni fa e sono quelli che hanno “acceso” i media sull’argomento.
Eccovi una piccola rassegna stampa:
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