Quello che state per leggere è un post lasciato da Lia Haramlik De Feo su Facebook. Una breve ricerca mi fa supporre che sia egiziana ma che ama la cucina palestinese, giordana e siriana. Ha posizioni proPal. Ho fatto questa mini ricerca dopo aver letto il suo bellissimo post. Scrive con pertinenza e mostra di conoscere i fatti del mondo con occhi realistici.
L’ho trovato così interessante che ho voluto proporvelo.
Erano gli anni ’90 e insegnavo italiano ai dirigenti di una multinazionale che si dedicava alle estrazioni petrolifere. Chiacchieravamo molto. Arrivò un pezzo grosso dal Venezuela, mi raccontava che il governo era al loro servizio e che nessun tentativo del Venezuela di controllare le proprie risorse petrolifere sarebbe mai stato tollerato, pena un colpo di Stato immediato.
Parlavamo della scoperta dell’acqua calda, certo. Era il copione eterno dell’America latina, eccezione cubana a parte: la linea rossa che nessun governo latinoamericano poteva oltrepassare non era il socialismo, era la semplice sovranità sulle risorse.
Arrivò Chavez, oltrepassò quella linea rossa e tutto ciò che quel dirigente mi aveva anticipato accadde.
Alla luce di quelle conversazioni, per me in quei giorni era evidente che Chavez non avesse creato alcun conflitto in Venezuela. Si era limitato semplicemente a rendere esplicito l’esistente: la democrazia era limitata, la sovranità energetica era totalmente fittizia, le multinazionali davano per scontata la reazione di fronte a qualsiasi tentativo di rompere il patto implicito durato fino ad allora e Chavez era disposto a pagare il prezzo della rottura. E vinse, la sorpresa fu quella. O, almeno, impose ai suoi avversari una strategia completamente diversa dallo scontro frontale, ovvero quella che si è trascinata fino a oggi: logorare, isolare, svuotare. Aspettare. E oggi sono passati a riscuotere.
Alla fine, se una pensa a Cuba, al Venezuela, anche all’Iran, la domanda che viene da porsi è: “E’ possibile opporsi al neocolonialismo statunitense senza distruggere il proprio paese?”
Non lo so se è possibile. Di certo è difficilissimo.
Con Chavez il Venezuela ci ha davvero provato e solo la mala fede può ignorare tutto il lavoro fatto sul recupero della sovranità, sulla redistribuzione, sulla restituzione di uno straccio di dignità a immensi settori della popolazione che non si limitavano a essere esclusi, prima di Chavez: erano letteralmente fantasmi, spesso nemmeno censiti. E sulla riapertura di un discorso apertamente, chiaramente anti egemonico in un continente che da 150 anni cerca di non farlo morire.
Chavez, tuttavia, non seppe costruire un Venezuela capace di sopravvivergli, non ci riuscì, non gli fu permesso, come volete. Lui muore, Maduro non ne eredita la forza né il carisma, sotto mille sanzioni e pressioni il governo si irrigidisce, l’economia collassa, il discorso antimperialista diventa mera autodifesa, la resistenza non è più un persorso di emancipazione ma solo di sopravvivenza. Sì, certo, viene ancora da pensare a Cuba. Con la differenza che i cubani sono abituati da sessant’anni a resistere in nome di un’equità sociale che non è mai stata accompagnata da nessuna promessa di ricchezza. Il Venezuela è diverso.
Una guarda il Venezuela, l’Iran e pure Cuba e vede Stati diversissimi l’uno dall’altro, con politiche interne spesso autoritarie, discutibili e che non ci piacciono ma che sono accomunati dalla stessa volontà di occupare uno spazio di autonomia non tollerabile da un ordine unipolare.
In cambio della sua sovranità, Cuba accetta la sua disciplinata povertà da decenni. L’Iran costruisce il suo ruolo regionale e la sua deterrenza in cambio di un costo altissimo in termini di isolamento e repressione. Nessuno di questi Stati costituisce più un modello desiderabile, qualcosa che un qualsiasi giovane potrebbe desiderare di voler difendere di per sé. Tuttavia, la loro eliminazione produce un mondo più autoritario, più gerarchico, dove l’autonomia è punita con la fame prima e con la violenza poi.
Difendere questi Stati, quindi, non vuol dire difendere il tale regime o il tal altro, ma difendere il principio che la stessa esistenza fuori dall’orbita degli Stati Uniti sia legittima.
Per quanto gli Stati anti egemonici siano -o siano costretti a essere- imperfetti o anche repressivi, eliminarli non produce un mondo con più giustizia. Produce un mondo con meno alternative e più dominio, in cui decide solo la forza e la giustizia è un lusso del vincitore. (Ma poi: come Cuba, cosa sarebbero stati un Venezuela o un Iran senza sanzioni, non isolati, non soffocati? Dite che sarebbero stati “fallimentari” lo stesso? E allora perché impegnarsi tanto a sanzionarli, a isolarli, a soffocarli?)
L’Europa, in tutto questo, sceglie di nuovo l’irrilevanza morale e, così facendo, conferma ancora una volta come il diritto internazionale sia un semplice espediente retorico usato dagli occidentali quando fa loro comodo, cosa che il Sud del mondo vede benissimo, e da decenni.
Solo che, domani, lo stesso diritto selettivo potrebbe colpire noi. E voglio vedere dove lo troveremo, allora, il linguaggio per difendere la nostra autonomia politica, energetica, economica.
Non credo proprio che potremo invocare regole dopo avere accettato tanta illegalità.
(Lia Haramlik De Feo ha scritto il 3/01/2026 ore 23:19 – 333 Mi piace, 263 condivisioni con 1746 amici)
Se volete andare nella sua pagina FB: https://www.facebook.com/haramlik
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