Il rapporto è stato consegnato dopo quasi 3 anni dagli attentati, ma il solerte sindaco di N.Y. ha pensato bene di far rimuovere a velocità record le macerie, credo abbiano impiegato un mese o poco più lavorando H24/24 con conseguenze piuttosto singolari, perché chi è stato incaricato (l’anno dopo) delle indagini non ha trovato il “corpo del reato”.
In un paese normale con una democrazia funzionante, il sindaco di N.Y. Rudolph Giuliani sarebbe stato indagato pesantemente, se non arrestato. Qual’era il motto con cui si rimuovevano le prove? Rinasceremo più forti e meglio di prima, mostriamo al mondo di cosa siamo capaci!
È altresì verosimile che un sindaco di una metropoli così importante, in un momento così critico, non ami fare idiozie o prendere decisioni repentine ostacolando la giustizia, perciò è lecito pensare “Ma chi glielo ha detto di fare quello che ha fatto?“.
Non vado oltre e lascio al giornalismo nostrano la parola, che insieme a quello del resto del mondo mantiene sempre un’occhio puntato sui conflitti irrisolti del 9/11 e quello che segue è un breve elenco di cose ritenute false nel rapporto del NIST.
Periodicamente, come sapete, vi informo dei lavori del Consensus Panel (qui troverete tutti i materiali di documentazione cui faccio riferimento in questo post). Per dirvi, questa volta, che ci sono le prove che il Nist (National Institute for Standards and Technologies) ha mentito. E non una volta sola. Si tenga presente che il Nist è l’istituzione pubblica che, unica, ha avuto l’incarico dal governo americano di effettuare le analisi delle cause dei crolli che si sono susseguiti nel World Trade center l’11 settembre 2001. Ricordo qui la prima “stranezza”: il governo incarica un organo governativo tecnico di fare un’indagine in cui è implicato il governo stesso. E si limita a questo solo incarico, evitando accuratamente che altri enti, non direttamente dipendenti dal governo, ficchino il naso nelle questioni spinose. Ma questo è un dettaglio. Veniamo al dunque e il dunque, emerso recentemente, è questo. Le affermazioni del Nist, secondo cui non sarebbe stato possibile esaminare le caratteristiche strutturali dell’acciaio del WTC-7, in quanto non sarebbero stati trovati reperti dell’acciaio del WTC-7 , sono false.
New York, NY, October 19, 2001 — Workers loading debris at the site of the World Trade Center. – Photo by Andrea Booher/ FEMA News Photo
Ricordo a chi non lo sapesse, che l’allora sindaco di New York, Rudolph Giuliani, d’accordo con le autorità nazionali, organizzò una spettacolarmente rapida ripulitura del gigantesco cumulo di macerie, facendo in modo che tutte le tracce dell’evento sparissero il più presto possibile, e dunque risultassero impossibili ulteriori investigazioni. Ricordo anche, sempre a chi se lo fosse dimenticato, che nelle oltre 500 pagine del “9-11 Commission Report”, non c’è il minimo cenno all’elefantiaco “dettaglio” del crollo del WTC-7, la infausta terza torre, crollata senza essere stata colpita da nessun aereo, alle 17:20 circa dello stesso, tragico, giorno.
Dunque il NIST non è in grado di fare un’analisi metallografica dell’acciaio, perché – afferma (affermazione ripetuta numerose volte, in diversi papers) – che non si trovano più i reperti dell’acciaio, frettolosamente esportati in Cina per essere fusi lontano da occhi indiscreti. Una tale analisi sarebbe stata cruciale per sostenere, o impugnare, la stessa tesi del NIST, secondo cui il WTC-7 sarebbe crollato per indebolimento delle strutture d’acciaio dell’edificio a causa di un furioso incendio.
Ma non entriamo qui nel merito della versione (una delle versioni) del NIST. Qui si tratta di vedere se il NIST ha detto la verità. Ebbene: ha mentito. Lo dimostrano ben sei prove. La prima viene dal Worcester Polytechnik Institute, e risale allo stesso 2001 attraverso le pagine del Journal of Mineral, Metals and Material Society (JOM), dove si può leggere che tre ricercatori, J.R. Barnett, R.R. Biederman, and R.D. Sisson, Jr., effettuarono in quell’anno una “Initial Microstructural Analysis of A36 Steel WTC Building 7,” (JOM , 53(12), 2001, p. 18). Dunque il Nist non trovò l’acciaio. E la Commissione Ufficiale gli credette, ma I tre scienziati, invece, trovarono i reperti e perfino li analizzarono accuratamente. La seconda prova viene da un’agenzia del governo, una delle più importanti agenzie della sicurezza nazionale degli Usa, la Fema, Federal Emergency Management Agency. La quale, nel 2002, ammette di conoscere l’analisi dei tre professori di cui sopra. Ma la Commissione Ufficiale, invece, non se ne accorge, sebbene sia stata istituita proprio per indagare sui quei fatti e stia, in quei mesi, lavorando proprio su quel caso. La terza prova è confermata dal Prof. Jonathan Barret (che è autore dello studio della Fema appena citato), il quale la riporta in luce sei anni dopo, in un documentario della Bbc del 2008. La quarta prova viene ancora da quel rapporto della Fema, dove si scopre – leggendolo con più attenzione che nel passato – che c’era un’appendice (appendice D) dove si parlava estesamente di pezzi di metallo fuso estratti dalle macerie del WTC-7, accompagnando l’analisi con una foto di un pezzo di colonna di quell’edificio con travi ancora agganciate a due piani. La quinta prova emerge nel 2005, tre anni dopo la prima menzogna, quando un altro studio del Nist (la mano destra non si ricorda quello che ha scritto la mano sinistra) fa riferimento ad “acciaio proveniente del WTC-7.” Cioè il Nist del 2005 smentisce il Nist del 2002. Infine nel 2012 emerge la sesta prova. Un documento, pubblicato in base al Freedom of Information Act (Foia), permette di vedere diverse fotografie in cui John Gross sta esaminando frammenti di acciaio del WTC-7. Basterà notare che John Gross fu uno degli autori principali del rapporto del Nist che attribuì all’incendio le cause del collasso verticale, in caduta libera, del WTC-7.
Ora, in un paese normale, questo basterebbe per riaprire l’inchiesta, poiché le conclusioni del “9/11 Commission Report” si basarono sui dati di una relazione menzognera. Un’analisi metallografica dell’acciaio avrebbe dimostrato che nessun furioso incendio sarebbe stato in grado di “ammorbidire” la struttura portante di un grattacielo di 47 piani, al punto tale da farlo letteralmente afflosciare a terra in pochi secondi, verticalmente, dritto come un fuso. Ma non si troverà, negli Stati Uniti, un giudice inquirente disposto a incriminare il bugiardo John Gross. Eppure c’è ancora gente che continua a credere che gli asini volano. E’ per questo che, da allora, passiamo di guerra in guerra.
Una ulteriore prova ve la presento io, guardate come si si è ridotta l’estremità di questo profilo:
Profilo in A36 corroso
Ora siccome tutta la teoria creata appositamente dal NIST per simulare ciò che accadde alla struttura delle due torri converge preventivamente verso una sola direzione, quella del crollo naturale, quando esistono decine di filmati di grattacieli più modesti in altezza, è vero, ma se fossero anche di soli 20~30 piani, il fuoco è andato avanti per molte ore prima che fosse spento e senza che si verifichi alcun crollo. Ora il NIST insiste nel dire che le travi hanno raggiunto una temperatura tale >500<900°C da perdere una percentuale di capacità di resistenza da non reggere più i carichi statici, quindi, è crollato.
Purtroppo nella foto vediamo che il profilo di questa trave ha subito una evidente erosione chimica a tal punto che da 1″ di spessore si rastrema a zero in modo frastagliato. Le famose fiamme hanno fatto anche questo?
Ma il primo problema che sorge è: “Ma vuoi dire che tutte le travi di un piano, colpito dagli aerei, che per una lunghezza di un metro si siano scaldate tutte insieme fino a che la loro resistenza si è ridotta da provocarne il crollo?“.
In conseguenza di ciò ho una domanda: “Ma qualcuno ha fatto una simulazione di come sia bruciato il carburante e quello che non è bruciato all’istante dell’impatto come si sia distribuito usando dei programmi di fluidodinamica?“, perché quello che è bruciato all’istante è quello che ha generato la nube di fuoco e fumo all’esterno, il resto si sarà distribuito in modo non uniforme, scivolato nelle fessure, caduto al piano di sotto, bagnato le pareti, caduto nelle trombe degli ascensori (ma qui si alimenta poco perché l’ossigeno comincia a scarseggiare i fretta), ma fondamentalmente quello che cade sul pavimento del piano sottostante tenderà a scorre verso il centro dell’uffici, circa a metà tra il perimetro del nucleo centrale e le pareti esterne, pareti divisorie permettendo.
E ancora, sappiamo che sul pavimento non può fermarsi molto carburante, poi scorre altrove, quindi mentre scorre via mi rimangono 3 o 4 minuti con cui al massimo scaldo il soffitto, quale soffitto? Quello distrutto dall’impatto dell’aereo? No!, Quindi, il carburante scende di uno o due livelli s’incendia mentre altro carburante lo alimenta e scorre altrove, c’è il tempo sufficiente per rammollire le travi reticolari del soffitto? Sì sono molto più sottili rispetto a quelle del nucleo centrale e anche di quelle delle pareti esterne.
Quindi, come scaldo le travi molto robuste del nucleo centrale e quelle perimetrali per il tempo necessario a raggiungere la temperatura da far collassare l’edificio? E poi deve accadere su un numero di travi sufficiente di suddette travi, perché le fiamme sono su due lati della torre, disuniformi, incostanti, di altezza variabile e non fisse. Come fa il calore a raggiungere queste travi verticali per il tempo necessario a rammollirle? E secondo il NIST sono proprio queste le travi che scaldandosi fanno crollare le torri, e che vorrebbe convincerci che sia esattamente andata così.
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