Nell’autunno del 2016 milioni di europei manifestano contro il CETA, il trattato di libero scambio tra il Canada e l’Unione Europea. Il voto contrario del parlamento della Vallonia, annunciato dal ministro-presidente Paul Magnette, sposta i riflettori sui tribunali d’arbitrato internazionale: la procedura, prevista da numerosi accordi commerciali, permette alle multinazionali di attaccare gli stati con tribunali privati e richiedere un risarcimento nel caso in cui un atto legislativo provochi un danno economico alle aziende.
Sarebbe come a dire che se un macellaio vede una sua cliente passare davanti al suo negozio senza entrare per comprare carne da un concorrente, va da un legale e gli fa causa. Ovviamente nella vita reale non capita, ma se sei una multinazionale, puoi farlo.
Qualche esempio? Nel 2016 Cosigo Resources Ltd ha fatto causa alla Colombia per aver tutelato parte dell’Amazzonia istituendo un parco naturale nazionale. Nella Chernobyl della Ande, invece, si confrontano in un tribunale privato la multinazionale Renco e lo stato peruviano, che cerca di difendere i bambini che respirano fumi tossici. Il documentario fa luce sugli arcani di un sistema legale opaco, voluto dagli stati per attirare gli investitori ma di cui l’ambiente, la salute e le condizioni di lavoro dei cittadini fanno le spese.
Fonte: CETA, TTIP & CO: perché preoccupano i cittadini – Inchiesta sui tribunali d’arbitrato internazionale
Pù che colonialismo si tratta di predazione economica, e appena finiscono le risorse fondamentali si abbandonano al loro destino gli stabilimenti che spesso necessitano di parziali e urgenti smaltimenti, per non parlare di bonifiche ambientali. Il tutto avviene con la cecità dei politici, spesso ritenuti a torto o ragione dei corrotti, che firmano trattati con la quasi totale assenza di trasparenza e senza conoscerne integralmente i contenuti.
Per il CETA ho letto che di alcune pagine era possibile solo fare una consultazione del cartaceo senza poter usare un cellulare o altro per fare foto. Ma Bruxelles per chi sta lavorando?
P.S.
Ho notato che su Quora sono tutti principalmente allineati su quello che è un buon stile di vita che allontani il più possibile le malattie, ma quando si tratta di pensare a come fare per garantirsi in futuro questa possibilità, tutti cadono dalle nuvole. Sembra che su tutti i social nessuno abbia percezione delle conseguenze di questi trattati, possono incidere non solo sulle realtà locali e finanze pubbliche con queste richieste di risarcimento, ma sulla qualità dei prodotti, sull’economia nazionale per l’introduzione di prodotti meno costosi, inoltre c’è una corsa a copiare ricette italiane per reintrodurle con nomi leggermente variati in barba alle varie certificazioni. Oppure vengono in Italia sfruttando dei vuoti legislativi per apporre la dicitura Made in Italy ma poi acquistano tutte le materie prime all’estero e la miscelano con una piccola percentuale di origini nazionali.
In pratica veniamo beffati:
- la prima volta perché non possiamo fare passi indietro,
- la seconda perché acquistano aziende in Italia e sappiamo che appena il mercato gira diversamente la chiudono,
- la terza volta perché attingono materie prime all’estero,
- la quarta quando al supermercato fai la spesa e confronti i prezzi ed ogni volta rischi di togliere una goccia di risorse che dovrebbero rimanere qui,
- a quinta volta perché queste multinazionali spesso non pagano le tasse al nostro fisco.
Ecco alcune valide ragioni per evitare questi trattati, ne abbiamo già abbastanza delle scelte scellerate di Bruxelles.
I trattati commerciali sono tutti preparati dalle multinazionali, imposti in larga parte mostrandoti solo apparenti vantaggi.
Aggiornamento del 03.Set.2026
Il link CETA, TTIP & CO: perché preoccupano i cittadini – Inchiesta sui tribunali d’arbitrato internazionale è decaduto, perciò ho rintracciato analoghi contenuti da altre pagine web, la materia è troppo importante anche se gli eventi degli ultimi 5 o 6 anni surclassano i trattati commerciali:
TTIP, le nostre democrazie restano a rischio (1a parte)
TTIP, le nostre democrazie restano a rischio (2a parte)
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